mercoledì 19 febbraio 2014

INTERVISTA A... Guido Mattioni, autore del bellissimo "Ascoltavo le maree"


E' con immenso piacere, cari i miei lettori, che oggi vi propongo un'intervista speciale. Ho parlato del suo libro qui nel blog non molto tempo fa, inoltre ho espresso piu' volte il mio apprezzamento per questo romanzo nei vari social network ai quali partecipo in modo piu' o meno assiduo. Guido Mattioni ha saputo esprimere il sentimento nella sua forma piu' nuda, l'amore per la vita e per tutto quello che ci circonda. Per questo motivo mi sono fatto avanti e gli ho scritto una mail con qualche domanda, alle quali ha gentilmente risposto, regalandomi qualche importante anteprima! Per questo lo ringrazio infinitamente. Sicuramente, se avete letto il libro, troverete molte risposte che voi stessi vi sarete fatti durante la lettura del suo romanzo. Nel caso in cui questa lettura vi mancasse, beh, rimediate il prima possibile!


Ciao Guido, grazie per aver accettato di rispondere a qualche domanda sul tuo romanzo "Ascoltavo le maree". E' un piacere per me averti in questo spazio che ho voluto inserire all'interno del blog. Proprio pensando a questo, ho cominciato a ragionare su come i tempi siano cambiati. Molto tempo fa il rapporto tra scrittori e lettori era poco più che inesistente, oggi invece è un continuo scambio di opinioni. Gli autori stessi cercano, attraverso i social media un rapporto con i lettori, il proprio pubblico. Mi sbaglio?

G.M. Sì, è vero, anche se penso che la risposta vada articolata. Inizierei col dire che in parte questo trend è dovuto alla nascita stessa di strumenti come i social network e i blog, che consentono di autopromuoversi a condizioni prima impensabili e a un pubblico enorme; mettendola in termini economici, è stata l'offerta a creare la domanda. Aggiungerei poi che la crisi dell'editoria e delle vendite ha amplificato questo dialogo, abbattendo quella barriera di spocchia che molti autori avevano. Del resto non si campa facendo soltanto gli scrittori se si tiene conto che le royalties, se non ti chiami Dan Brown e non vendi almeno decine e decine di migliaia di copie, vanno dall'8 al 10 % a copia venduta. Tieni conto che, tolta quella dozzina di autori super bestseller divisi tra le grandi case editrici (io preferisco chiamare "grosse") e che consentono loro di chiudere in pari o quasi i bilanci, la fascia di vendita ambita è a quota 2mila copie, mentre prima della crisi era a 10mila.


Il tuo romanzo ha conosciuto il successo in lingua inglese ed in formato ebook. A vedere i risultati e' sembrata la strada migliore? Sempre in una tua intervista che ho avuto il piacere di vedere su YouTube hai spiegato di non essere il solo ad aver intrapreso questa strada e ad aver vinto rispetto ad altre possibilita'. Consiglieresti lo stesso ad uno scrittore emergente che voglia far conoscere il proprio lavoro?

G.M. L'ho fatto e consiglierei ad altri di farlo. L'ho fatto per tre motivi: primo perché sono una testa dura di friulano che non si arrende mai; secondo perché mi hanno insegnato fin da bambino a non chiedere favori; terzo perché, avendo la legittima presunzione di essere uno che sa scrivere e che conosce l'Italiano come pochi (ho quasi quarant'anni di giornalismo professionale alle spalle, da caporedattore a inviato speciale in giro per il mondo) non mi sono arreso ai silenzi delle "grosse" case editrici alle quali mi ero rivolto. 
Non girerò attorno al problema, dato che sono abituato a scrivere cose scomode. E la cosa scomoda è questa: oggi le "grosse" case editrici non rispondono più a nessun autore, a prescindere dal fatto che l'autore che si propone loro sia un analfabeta o un nuovo Hemingway. Questo perché ormai, ai loro occhi, i nuovi autori "devono" appartenere a due categorie: quella dei volti già noti per motivi che non hanno nulla di letterario (tv, sport, cinema, musica) e quella peraltro sempre esistita, quella dei raccomandati, degli amici degli amici, dei "figli di Pinco o Pallo", dei "mi manda il banchiere X o il senatore Y...". La prima categoria è per gli editori la più facile da vendere soprattutto a un nuovo pubblico, quello di chi prima non leggeva e che magari compra solo un libro all'anno, magari senza nemmeno poi leggerlo, accontentandosi di mettere sullo scaffale una "reliquia" del proprio mito/divo. Alle case editrici questa categoria offre anche il vantaggio di poter far "scrivere" di fatto il libro da un ghost writer, titolarlo e metterlo in vendita. Per questo ritengo che con tutti i suoi limiti la rivoluzione dell'ebook e dell'autopubblicazione stia "democratizzando" l'editoria, rendendone libero l'accesso: poi sta all'autore e a quello che ha scritto farsi valere.


Tutti parlano che l'autoproduzione ( un esempio è il post che Matteo B. Bianchi ha pubblicato sul suo blog ) senza un editing professionale possa danneggiare solamente e diventare il solito prodotto da 0,99 scaricabile in pochi secondi. Allora bisogna per forza di cose passare da una casa editrice?

G.M. Certo, il rischio esiste. Ma sarò ancora polemico: è forse la "grossa" editoria ad assicurare oggi la qualità? Non mi pare. Da quello che leggo sfogliando anche soltanto le prime pagine dell'80% delle novità in cui mi imbatto in libreria - e parlo anche di best seller e di autori e autrici celebrati - il risultato è desolante: Italiano povero, se non misero; punteggiatura inesistente; consecutio temporum sconosciuta; fraseggiare telegrafico di quattro parole e un punto, roba da balbuzie letteraria; subordinate completamente abolite. 
E io dovrei leggere roba del genere solo perché me lo impone il marketing? C'è dell'altro: non posso fare il nome della casa editrice, ma più di un libraio ha rimandato di recente indietro le copie di un libro di un marchio glorioso in quanto di fatto illeggibile per il numero spaventoso di refusi. Nel suo piccolo il mio editore, che è una vera boutique editoriale vecchia maniera, fa fare ancora quattro passaggi di revisione di bozze e lo fa fare da quattro persone diverse perché a uno non sfugge quello che è sfuggito a un altro. Una volta, le "grosse" case editrici, quando erano ancora "grandi", facevano così.  



Alberto, il protagonista di questo romanzo si trova a dover gestire la scomparsa dell'amata moglie. Un evento buio, difficile da metabolizzare. L'affetto degli amici statunitensi lo portano a prendere una pausa, Alberto allora vola verso quel luogo che sembra esser diventato il custode della loro felicita'. Savannah, Georgia, Stati Uniti. Perche' proprio Savannah Guido?  

G.M. Buona domanda! E allora direi Savannah "forse" perché un grande scrittore un giorno ha detto che se si vuole scrivere qualcosa di buono bisogna ambientarlo in un luogo che si conosce bene, fin nel profondo. Io aggiungerei Savannah "senz'altro" perché questa città la amo profondamente; perché fa parte e ha fatto parte della mia vita in tanti momenti felici e in altri atrocemente dolorosi; perché la frequento dal 1991 - quando ci arrivai per caso su invito di una prima copia di amici - tornandoci tutti gli anni e se posso anche più di una volta all'anno; perché non si può non amare una città che, come Savannah, è ugualmente ospitale con i vivi così come lo è con i suoi adorati fantasmi.


Nel tuo romanzo, hai descritto l'importanza che un luogo come Savannah ha avuto nel momento piu' difficile della vita di Alberto, il tuo protagonista. La mia impressione e' stata come se Savannah avesse catturato l'energia di quei ricordi felici, sprigionando un'attrazione verso di se, cosi' come la storia dei suoi scopritori/fondatori, descritti con un'ottima ricerca storica. Ho interpretato correttamente? 

G.M. In parte lo avrai già capito dalla mia risposta precedente: "Ascoltavo le maree" non è la mia autobiografia, ma prende le mosse da un triste e terribile momento della mia vita. 
Insomma, in quelle pagine c'è molto di me. Il fatto "tecnico" che io abbia inserito nel racconto di una vicenda dei giorni nostri alcuni brevissimi capitoli storici, scritti apposta in corsivo per "staccarli", non è un capriccio: la vicenda, ambientata a Savannah, racconta come sai la fuga in un remoto "altrove" di un uomo inseguito dal dolore e che per questo taglia i ponti con il suo mondo cercando di ricominciare a vivere in un luogo lontano; bene, io in quei brevi capitoletti storici ho fatto il parallelo tra l'esperienza dei 144 disperati inglesi che fondarono Savannah nel 18° secolo, in fuga da persecuzioni giudiziarie, religiose, politiche, o anche semplicemente dalla miseria, e quella di un uomo singolo dei giorni nostri. In fuga anche lui, ma dal dolore.


Quanta ricerca c'e' dietro il tuo romanzo? Quando hai deciso di unire la storia del luogo al suo presente, rendendola parte integrante dei pensieri del tuo protagonista?

G.M. Devo confessarti che questo... chiamiamolo artifizio narrativo, mi è venuto del tutto naturale. Poi, ovviamente, per poterlo scrivere, pur se sintetizzato in capitoli brevissimi, quasi omeopatici dal momento che non dovevano interrompere la narrazione di Alberto, sono andato a cercare su Internet tutto il possibile materiale storico relativo a quei giorni. Diciamo che è stato appassionante, ma anche facile; appassionante perché sono da sempre convinto che solo la storia passata sappia dirci dove andremo domani; facile perché il lavoro di "scavo" tra le informazioni è stato per tanti anni il mio impegno quotidiano come giornalista, specie quando dovevo scrivere delle inchieste.


Qual'e' stato il tuo processo di scrittura? Voglio dire, quando Guido si e' seduto alla scrivania e ha iniziato a scrivere le prime parole di "ascoltavo le maree"? Dove lo hai scritto? In Italia o negli USA?

G.M. La storia ce l'avevo già dentro: ho premuto il tasto "Play" della mia anima e ho scritto sotto la sua dettatura. Anche qui mi è stato d'aiuto il mestiere. Io scrivo da una vita e per me farlo è naturale come respirare, non faccio nessuna fatica. Anzi, scrivere mi dà un piacere fisico. Infatti mi incavolo quando mi danno dell'intellettuale. "Intellettuale sarà lei", ribatto in modo bonario, perché mi considero davvero un artigiano delle parole. 
L'approccio artigianale è quanto di più nobile ci sia, in tutti i campi; mentre vedo gli intellettuali  come un'insopportabile congrega di boriosi individui. Sul "quando" ho iniziato, posso dirti di aver atteso il pensionamento perché vivendo come vivevo prima, con la valigia e il pc sempre pronti per partire con preavvisi minimi, non avevo il raccoglimento necessario per scrivere una storia così intima e intimista, sapendo di poter essere costretto a interompere il flusso da un momento all'altro. Una volta smesso di lavorare è stato facile, anche se poi la fase più lunga è stata quella della rifinitura, del "limare", dello "smussare" frase dopo frase, parola dopo parola. Sono infatti un maledetto perfezionista, soprattutto con me stesso. In merito al "dove", l'ho scritto quasi tutto a Milano, a casa mia.


Molti dei personaggi che il protagonista incontra a Savannah, sembrano infondere in lui una certa sicurezza, come se fossero tutti una presenza necessaria al suo benessere mentale. Li descrive nei lori gesti e azioni che si ripetono da anni, nei loro "credo", donandoci un parere oggettivo, non giudica, osserva. Altro poi non sono che vicini di casa, abitanti del luogo e commercianti che svolgono solo il ruolo di esserci sempre, di renderlo vivo. Come mai hai voluto renderli a loro volta co-protagonisti?

G.M. Perché questa è la vita vera, la sola realtà e io soltanto la realtà so raccontare. Gli altri, il mio prossimo, sono la vita: loro sono me e io sono loro, tutti noi viviamo di queste interconnessioni. Di conseguenza gli altri, tutti gli altri, anche nella vicenda di Alberto e in quelle che scriverò, non possono che diventare - chi più e chi meno - dei coprotagonisti.
Savannah stessa è una coprotagonista, lo è Madre Natura, lo sono - disneyanamente - gli stessi animali che Alberto incontra. per questo li descrivo e basta, guardandomi bene dal giudicarli. Ci mancherebbe altro; chi sono io per giudicarli? E' lo stesso motivo per cui non intendo lanciare "messaggi", compito che lascio a quei presuntuosi degli intellettuali.


Nel tuo romanzo c'e' questa voglia del protagonista di scappare, sgattaiolare via, senza che nessuno se ne accorga, uscire dalla porta di servizio e lasciarsi alle spalle una casa coperta di lenzuola bianche. Sparire e abbandonare tutto. Alberto programma il tutto, nei minimi particolari ( quante volte l'ho pensato di fare anch'io!). Uno potrebbe pensare, non aveva amici in Italia? Perche'?

G.M. Ribadisco la risposta di prima. Nel senso che "casa", almeno per me, è qualsiasi luogo nel mondo dove ci siano gli altri, gli amici veri, le persone che ti stanno davvero a cuore; ma anche quelle che ancora non conosco, ma che imparerò ad amare. Viaggiando tanto, come ho fatto sia per lavoro sia per piacere mio personale, ho imparato quanto il prossimo sia meglio di quanto ce lo dipingiamo e quanta gente ci sia, nel mondo, in attesa di conoscerti. Pur amando il mio Paese ignoro totalmente il concetto di nazionalismo e penso di potermi definire culturalmente apolide. Odio i confini e non sento il bisogno di bandiere, così come ho sempre evitato tessere politiche e perfino  le maglie sportive. Quanto ad Alberto, lui fugge lontano appunto perché scopre che quelle che aveva intorno, nella sua vita milanese, erano in buona parte finte amicizie, al massimo conoscenze. "Casa", per lui, era soltanto la moglie perduta da un giorno all'altro: il resto erano lustrini. E allora scappa, in cerca del suo nuovo "altrove" dove ricominciare tutto daccapo. Diciamo che io ad Alberto ci assomiglio molto: soprattutto perché, come lui, sono un inguaribile ottimista.


Come dicevo all'inizio dell'intervista, il tuo romanzo ha visto la luce in lingua inglese, negli Stati Uniti. Puoi raccontarci come mai e come e' andata? Mentre il "debutto" italiano? Quali le differenze?

G.M. E' semplice: non volevo attendere una risposta da parte dei "grossi" editori. Risposta che per tutti i motivi sopra detti non mi sarebbe mai arrivata. Ovvero: non ero e non sono un volto televisivo; non appartengo a nessun "giro" politico o bancario ( anzi, da giornalista ho rotto le scatole a molti potenti ); non faccio parte di quella casta che passa e ripassa in certi salottini catodici apparentemente molto perbenino (o anche barbarici) dove invece vengono "pompati" sempre e soltanto i soliti noti; e non ho nemmeno una moglie regista (non potevo dire un marito regista, ma per chi lo vuole cogliere il senso è quello). Così, essendo la vicenda ambientata negli Usa, avevo fatto tradurre a spese mie il manoscritto e avevo autoprodotto - gratis!!! - un doppio ebook, in inglese e in italiano con la più grande piattaforma di distribuzione online, la Smashwords di San Josè, nella Silicon Valley. Già quel "gratis" dice una prima differenza tra Usa e Italia. Poi c'è il fatto che nel 2012, con la versione inglese "Whispering Tides" sono giunto finalista in due diversi concorsi letterari americani con oltre mille concorrenti ciascuno (in entrambi ero il solo autore italiano iscritto); che nel 2013 ho vinto la sezione Multicultural Fiction di uno dei due medesimi concorsi al quale mi ero reiscritto; che sempre nel 2012 la versione originale è stata adottata come testo di studio sia nei corsi di Italiano della Georgia State University di Atlanta sia in quelli della Learn Italy school di New York, che è la prima scuola privata di Italiano, a capitale 100% italiano, attiva negli Usa. Alla fine, tutti questi risultati sono giunti all'occhio e all'orecchio di Francesco Bogliari, piccolo ma lui sì Grande editore insieme con la sua socia e moglie Rosamaria Sarno; mi hanno chiesto il manoscritto, lo hanno letto, se ne sono innamorati e in una settimana hanno deciso di lanciarsi, proprio con il mio libro, anche nella narrativa. Da marzo a dicembre 2013 abbiamo fatto quattro ristampe e penso che a breve ci sarà la necessità di una quinta.


Ieri mi e' capitato di vedere una piccola intervista ad una tua collega giornalista, Barbara Serra, dove spiegava quanto nel giornalismo e in altri campi sia importante l'esperienza con il metodo "anglosassone" di lavoro. Ho inserito il video sulla pagina facebook del blog perche' ho ritenuto le sue parole molto interessanti. Cosa manca al nostro paese per dare spazio ad una piu' giusta valutazione del talento?

G.M. Ho visto l'intervista e non posso che condividere quanto dice Barbara dalla prima parola all'ultima. Io, di mio, aggiungerei che da noi non esiste il merito perché l'Italia è una finta democrazia: siamo liberi, Dio ce ne scampi, ma il Paese è di fatto in mano a un migliaio di persone, perlopiù sempre le stesse, che al massimo cooptano di tanto in tanto qualche loro simile o sodale. E' una sorta di gigantesca partita dei quattro cantoni, dove a non trovare posto è la maggioranza degli italiani che ne avrebbero il diritto e appunto il merito. Il recente caso Mastrapasqua ne è l'esempio lampante: il presidente dell'Inps, ovvero un commis di Stato, che aveva altri 25 incarichi. Cose che fanno diventare anche un non violento come me in un giacobino. Vedi cose così, nel 2014, e capisci le tricoteuses che durante la Rivoluzione francese sferruzzavano e chiacchieravano sedute sotto la ghigliottina.


Cosa sta facendo ora Guido Mattioni? A cosa stai lavorando? Puoi darci qualche anteprima?

G.M. Sto per passare dalle maree al cielo. Mi spiego: a maggio - è una prima antecipazione - uscirà il secondo romanzo che esordirà (altra news) al Salone di Torino, dove il mio piccolo, ma Grande editore, avrà uno stand. Il titolo del libro è "Soltanto il cielo non ha confini": ancora una storia americana come location - è ambientata sul confine "caldo" tra Messico e Usa - ma diversissima dalla prima. Tocco temi come l'immigrazione clandestina, l'ingiustizia rappresentata da certi confini tracciati dai vincitori, il valore della famiglia, il legame di sangue tra due fratelli gemelli, l'importanza del lavoro della terra per il futuro del nostro pianeta. Il tutto come sustrato di una vicenda umana, anzi umanissima, che fa pensare, ma anche molto sorridere. Perché l'ho detto; sono un inguaribile ottimista. 


Tantissime le anteprime che ci hai regalato in questa blog-intervista e per questo ti ringrazio tantissimo. Felice di sapere che il tuo libro debutterà nell'occasione del Salone di Torino, dove ci sarà anche Crazy About Fiction quindi... ci vedremo nella bellissima Torino per ricevere una dedica sul tuo NUOVO libro! 
Grazie infinite per esserti prestato a rispondere alle mie domande Guido, sono sicuro che i visitatori del mio umile blog apprezzeranno sicuramente. Spero presto di poter leggere il tuo nuovo romanzo e poterlo recensire in questo mio spazio virtuale. Tenete quindi d'occhio al Salone lo stand della casa editrice INK EDIZIONI per conoscere il nuovo romanzo di Guido Mattioni. 


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